faccio schifo e me ne vanto
17 maggio 2012
recuperata grazie a una segnalazione di LinkedIn (Guida Alberghiera Professionale, come volevasi dimostrare) la Case history dell’Hans Brinker Budget Hotel, che si autodefinisce il peggiore albergo del mondo con una strategia di marketing non convenzionale, tra viral, guerrilla e no-budget, è davvero interessante
dedicate un po’ di tempo al sito dell’Hans Brinker Budget Hotel, ottimamente tradotto in italiano, e alle declinazioni della loro corporate image, nella sezione stuff; il mio consiglio è di non perdere, nella sezione history, i primi leaflet del 1996, i microvideo del 1998, i poster del 2005, i leaflet del 2006, i gadget del 2008 e la sezione apologies
un tempo eran di moda i ristoranti dove ti prendevano a parolacce, passatempo d’esangui borghesi in preda al cattolico senso di colpa per esser dei privilegiati, mentre qui il target è giovanile, appunto a basso budget, dunque si suppone che la repulsione si muti in attrazione mediante la leva della spavalderia, del giovane bisogno di riti di passaggio
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se deve andare così… amen!
21 marzo 2012
Amen Me! A place for Christians to share
lo sharing network cristiano dimostra un’ennesima volta quant’è difficile l’incontro tra fede e raffinatezza grafica
mi chiedo perché, dev’esserci un nesso con la penitenza
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sobriety is the new glitter
5 dicembre 2011
paradosso del giorno: in rete ci si distingue davvero mediante l’uniformità
ricercare e presumere un’originalità per risaltare è controproducente: meglio conformarsi a prassi consolidate che permettono un’indicizzazione e una reperibilità maggiore
uniformità, dunque, come portato di una sobrietà operativa e fattuale
mi spiego con un esempio
anni fa, il mio primo esperimento con l’etichettatura, le tag, fu sul mio account delicious: creai un gran numero d’etichette che tornassero utili alle mie ricerche, salvo poi accorgermi che sono di scarsa quando non nulla rilevanza nelle ricerche altrui, vuoi per taluni termini non diffusi o di nuovo conio, per la sintassi composta, o per la lingua scelta, italiana dunque minoritaria, ove l’inglese e parole chiave semplici e dirette avrebbero aiutato a rendere davvero sociale, utile il mio operato, dunque rilevante e rispettato me
il danno fatto è rimasto, peraltro, ché proprio non me la son sentita, non ho voluto mai dedicare il gran tempo necessario a smontare e ricondizionare tutto l’ambaradan
col tempo, e grazie a un periodo di lontananza dalla cittadinanza digitale attiva, ho capito quale rischio sia, per chi ama la parola sonante, la battuta effettuosa, applicare queste prassi, consentite in corpo post, agli apparati; qui stesso, il giorno d’apertura, avevo concepito le schede – about, altrove, ecc. – in modo molto più gradasso poi, in un secondo tempo, le ho asciugate, arrendendomi all’about ove avevo scritto “circa me”, pur senza lasciar del tutto il campo, come dimostra il “creature” che ho sostituito al più logico “portfolio”
tuttavia, mi sono permesso questo svarione perché do un’importanza relativa alla SEO, per questa sezione, che considero destinata a chi fisicamente vorrà cercare qualcosa su di me, piuttosto che capitare per caso su quanto da me scritto su un qualsiasi argomento
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