abito in LinkedIn dal primo aprile 2007; all’epoca bloggavo da poco più di due anni e il social network professionale era il mio terzo approdo in rete, dopo Delicious - allora si url-ava ancora del.icio.us – il servizio di bookmarking condiviso cui sono e resterò affezionato fino alla fine (che si vocifera da tempo inelluttabile)

da sempre convinto che il valore più caratteristico della rete abitata sia la condivisione d’esperienze e che non esista curiosità più squisita del conoscere il vissuto lavorativo altrui, LinkedIn mi è subito parsa una residenza ideale e appropriata

per anni, tuttavia, queste premesse non furono granché soddisfatte; facevo rete lentamente, dopo aver agganciato amici e conoscenti, ovvero un clone della rete di relazioni reale, non certo sviluppata a partire dalla professionalità, e ogni settimana ricevevo un tristo bollettino degli aggiornamenti: il tizio aveva aggiunto un corso, il sempronio aveva cambiato una proposizione qui e un sostantivo là…

mi dicevo Poco male, resta pur sempre un buon posto dove pubblicare e condividere un resumé – infatti lo aggiorno frequentemente – e mi rammaricavo che l’esperimento non avesse decollato e che l’introduzione dei feed personali – dai propri blog o Twitter – avesse ottenuto il solo effetto d’aumentare il rumore di fondo, scimmiottando l’aspecificità dei social di maggior grido, la cui unica prerogativa d’adesione è l’esistenza in vita

ma mi sbagliavo: un po’ per la mia collocazione lavorativa anfibia, molto per lo strutturale ritardo con cui in Italia vanno in circolo le novità del mondo anglofono, l’evoluzione di LinkedIn è entrata nella mia vita connessa in sordina e solo di recente ne ho percepito la potenza

ho cominciato a considerare le proposte di gruppi d’interesse e ad aderirvi – ora sono iscritto a quattro, tra il digitale e il lettering, passando per l’alberghiero – e ne ricavo stimoli sempre proficui

apprezzo anche la recente iniziativa di una newsletter semantica coi meglio post sulle cose che si suppone tu gradisca, per quanto sia meno apprezzabile che questo servizio sia stato introdotto surrettiziamente e non mostri in evidenza la scelta di opt-out

ovviamente, la cosa migliore che LinkedIn sta facendo è pubblicare e segnalare offerte di lavoro: un grande valore aggiunto alla possibilità, dagli esordi presente, di mettersi in vetrina e fare rete su progetti

in conclusione, raccomando a tutti l’iscrizione: le reti relazionali migliori nascono aggregando interessi e restano sovente limitate a nicchie elitarie, mentre le reti di maggior successo e diffusione creano rumore bianco e ridondanza di fuffa; LinkedIn riesce ad essere popolare, perché il lavoro è omnibus, e concreta, perché il lavoro è pagnotta

paradosso del giorno: in rete ci si distingue davvero mediante l’uniformità

ricercare e presumere un’originalità per risaltare è controproducente: meglio conformarsi a prassi consolidate che permettono un’indicizzazione e una reperibilità maggiore

uniformità, dunque, come portato di una sobrietà operativa e fattuale

mi spiego con un esempio
anni fa, il mio primo esperimento con l’etichettatura, le tag, fu sul mio account delicious: creai un gran numero d’etichette che tornassero utili alle mie ricerche, salvo poi accorgermi che sono di scarsa quando non nulla rilevanza nelle ricerche altrui, vuoi per taluni termini non diffusi o di nuovo conio, per la sintassi composta, o per la lingua scelta, italiana dunque minoritaria, ove l’inglese e parole chiave semplici e dirette avrebbero aiutato a rendere davvero sociale, utile il mio operato, dunque rilevante e rispettato me

il danno fatto è rimasto, peraltro, ché proprio non me la son sentita, non ho voluto mai dedicare il gran tempo necessario a smontare e ricondizionare tutto l’ambaradan

col tempo, e grazie a un periodo di lontananza dalla cittadinanza digitale attiva, ho capito quale rischio sia, per chi ama la parola sonante, la battuta effettuosa, applicare queste prassi, consentite in corpo post, agli apparati; qui stesso, il giorno d’apertura, avevo concepito le schede – about, altrove, ecc. – in modo molto più gradasso poi, in un secondo tempo, le ho asciugate, arrendendomi all’about ove avevo scritto “circa me”, pur senza lasciar del tutto il campo, come dimostra il “creature” che ho sostituito al più logico “portfolio”

tuttavia, mi sono permesso questo svarione perché do un’importanza relativa alla SEO, per questa sezione, che considero destinata a chi fisicamente vorrà cercare qualcosa su di me, piuttosto che capitare per caso su quanto da me scritto su un qualsiasi argomento

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